Nell’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, edito da Quodlibet e finalista al Premio Campiello 2026, c’è un passaggio, tra le pagine 185 e la 186, in cui Cavazzoni racconta di quando lui e Gianni Celati e Daniele Benati e altri sono stati a Salisburgo, nel 2010, invitati con altri scrittori, e, per via del fatto che Celati aveva pubblicato Narratori delle pianure, sono stati classificati come “scrittori della pianure”, perché, scrive Cavazzoni, «i tedeschi sono portati a classificare e, se non classificano, il mondo gli scappa di mano».
E subito dopo aver detto questa cosa Cavazzoni comincia a fare una classificazione possibile degli scrittori di tutto il mondo, in cui ci sono, per esempio, gli scrittori della mezza collina e quelli dei laghetti artificiali, oppure gli scrittori che discendono il fiume Sangro e quelli che lo risalgono, e poi, poco più avanti, una categoria di scrittori a cui, se fossi scrittore, mi piacerebbe appartenere, cioè «gli scrittori degli agglomerati urbani dove non c’è un filo d’erba e parlano solo d’asfalto, di auto che sfrecciano e di pedoni che tentano di traversare, ma non viene mai verde per loro».
Perché, se ci penso, oltre a essere uno che di erba e di colline e laghetti ne capisco poco, sono anche una persona che passa un sacco di tempo a ragionare di macchine, scale mobili e strisce pedonali. E anche qualche giorno fa, mentre riflettevo sulla bellezza e sull’importanza dei semafori quando sono rossi, mi è venuto in mente che poteva essere una buona idea condividere le mie riflessioni con l’assessore della mobilità di Roma, che non so chi sia ma mi piacerebbe conoscerlo e parlarci perché magari sarebbe la persona giusta per capire i miei tormenti e aiutarmi a trovare delle vie d’uscita alle mie ossessioni urbane. Ma Cavezzoni dice di no, dice che l’assessore non è la persona giusta con cui parlare, perché l’assessore, «con quella impudenza della classe politica», se ne strafrega dei miei tormenti. Chissà.

