The next Messi

Calciomercato

Quando è estate io leggo molto meno di quanto non faccia il resto dell’anno e le uniche cose che leggo riguardano mercato estivo della Roma e il fantacalcio. Quando è estate passo i momenti di riposo, che sono molti, a leggere di acquisti, cessioni, prospettive e plusvalenze (in questo momento potrei scrivere un saggio su Santiago Castro, o su Kostantinos Koulierakis, ma anche su Nusa, Moreira, Sommerville, Molina, Alajbegovic, Cacciamani, Mora e tanti altri). Ed è da un po’ di anni che quando è estate e leggo le vicende dei mercati estivi mi ritorna in mente il mercato estivo del 2014, quando venne alla Roma un giocatore che si chiamava Juan Manuel Iturbe.

Per la Roma si trattava di un acquisto molto discusso, all’epoca uno dei più costosi della storia della squadra. Quell’estate Iturbe lo volevano tutti. Ma soprattutto, lo voleva la Juve. Perché Iturbe, l’anno prima, aveva fatto una bella stagione col Verona. Era giovane Iturbe, e sembrava destinato a una grande squadra. E a un grande futuro. Per questo lo volevano tutti. Però, quell’estate, Juan Manuel Iturbe Arévalos, per una cifra intorno ai 26 milioni di euro, aveva scelto di venire a giocare alla Roma.

Sembrava davvero un acquisto importante. Forse sembrava importante solo perché lo voleva la Juve e invece era venuto alla Roma. Ma aggiungiamoci il fatto che Iturbe il suo primo gol in campionato quell’anno l’avrebbe segnato proprio contro la Juve. Sarà stato per questo forse, fatto sta che a un certo momento pure a me, che in genere cerco di non farmi coinvolgere dagli entusiasmi, pure a me quell’anno m’è venuto da pensare che Iturbe fosse davvero un acquisto importante.

M’ero convinto addirittura che Iturbe fosse un predestinato. Mi sembrava un predestinato per le sue origini. Avevo scoperto che era nato a Buenos Aires, in Argentina, nel barrio Barracas, il quartiere povero della città, che era lo stesso dove era cresciuto Alfredo Di Stefano, uno dei più grandi calciatori di sempre. E questa mi sembrava una coincidenza da non sottovalutare. Che vabbè, sono solo coincidenze, però nella mia testa certe volte è difficile non farci caso.

E poi Iturbe mi sembrava un predestinato anche perché quando i suoi genitori erano tornati dall’Argentina in Paraguay, a Assuncion, e lui aveva cominciato a giocare a pallone, il suo soprannome era cara sucia, cioè faccia sporca, che era lo stesso soprannome di Antonio Valentin Angelillo, il miglior marcatore di sempre della serie A: 33 gol in 33 partite nella stagione 1958-1959 (e vincitore di due trofei con la Roma: una coppa Italia e una coppa delle fiere). E pure questa mi sembrava una coincidenza mica da poco.

E poi Iturbe, prima di venire a giocare in Italia, nell’Hellas Verona, era stato chiamato, a 18 anni, dal Porto, e poi dal River Plate, che erano due squadre, perlomeno nella mia testa quando pensavo a Iturbe come a un predestinato, che avevano fiuto per i giovani calciatori di talento.

E c’era anche il fatto che Iturbe aveva esordito in due diverse nazionali, quella del Paraguay nel 2008, e quella dell’Argentina nel 2009 e io, quando avevo sentito questa storia, mica lo sapevo che uno potesse giocare in due nazionali diverse, e avevo pensato: «Oh, uno che lo vogliono addirittura due nazionali, per forza deve essere un campione».

Poi mi ricordo che il campionato è cominciato e dopo qualche mese, il 20 gennaio, al quinto minuto di Empoli-Roma di coppa Italia, Iturbe ha segnato il suo terzo gol con la maglia della Roma. Tre gol in cinque mesi. Io quel giorno ero a vedere la partita in un pub che non esiste più e che si chiamava il Quattro chiacchiere e mi sono girato verso Marco che era lì con me a vedere la partita e gli ho detto: «Iturbe». Lui m’ha guardato e m’ha risposto: «Lo sai che su YouTube ho trovato un video con i gol più belli di Iturbe?». «Alla Roma?», gli ho chiesto io. «No – m’ha fatto lui –, in generale. Alla Roma, con questo, sono tre, non ce lo fai un video con tre gol». «Hai ragione» gli ho risposto io. «Lo sai come s’intitola il video?» mi ha chiesto lui, «No. Come?», gli ho domandato io, e lui: «The next Messi».