Fantacalcio e fantallenatori

fantacalcio
Il fantacalcio è stato inventato da Riccardo Albini

Il fantacalcio, per quello che ne so, è stato inventato da Riccardo Albini alla fine degli anni Ottanta. Albini all’epoca dirigeva una rivista che si occupava di videogiochi e un bel giorno ha scoperto un manuale, Fantasy Baseball, in cui era descritto un gioco i cui partecipanti facevano finta di essere proprietari e allenatori di squadre di baseball americano. A quel punto gli è venuta l’idea di adattarlo al campionato di italiano di calcio.

I fantasport

Negli Stati Uniti i fantasport erano diffusi già dagli anni Cinquanta, grazie, tra gli altri, anche a Wilfred Winkenbach detto Bill, non lo so perché lo chiamavano così, un socio della squadra di football degli Oakland Raiders che aveva fondato insieme agli amici una lega di fantagolf. In Italia, nel 1990, Albini pubblica un libro in cui spiega le regole del gioco e il fantacalcio comincia a diffondersi. Quattro anni dopo la Gazzetta dello Sport decide di pubblicare sulle proprie pagine i punteggi adoperati dai partecipanti al fantacalcio per valutare i risultati delle squadre e il fantacalcio diventa popolare.

Un asociale

Io ho cominciato a interessarmene proprio in quegli anni, tra il 1994 e il 1995, quando mi sono iscritto al liceo, perché era una maniera per vincere la mia asocialità. Ho scoperto di essere asociale quando sono andato a controllare sul portale del sapere Treccani (che comunque secondo me è una definizione parecchio altisonante “portale del sapere”) e lì c’è scritto che asociale è un aggettivo che indica uno privo del sentimento della socialità. Allora ho capito che io non sono completamente asociale ma asociale in buona parte sì. Nel senso che il sentimento della socialità non mi manca del tutto, ma sicuramente ne ho molto poco.

Forse dipende dal fatto che lo uso in grosse quantità quando sono in compagnia e mi sforzo molto di essere sociale, e quando poi finisco di essere in compagnia mi sento spremuto del mio sentimento di socialità come se non ne fosse rimasta più una goccia dentro.

Poco sociale

Credo tra l’altro di essere una persona poco sociale fin dalla nascita, non penso sia una cosa che ho imparato col tempo l’asocialità, ci sono proprio nato così. Infatti mi ricordo che quando da bambino mia mamma mi portava all’asilo, quando c’era da stare in giardino a giocare, a rotolarsi nella terra e ad ammazzare qualche verme (all’epoca era un’attività molto di moda tra i miei coetanei ammazzare i vermi) io mi mettevo da una parte, sotto degli alberi, in un punto dell’asilo in cui si vedeva casa mia, e sognavo di poterci tornare per stare un po’ per i fatti miei. Perché tutta quella gente, tutti quei bambini, io non sapevo chi fossero, non mi spiegavo perché giocassero con tutta quella foga, tutti insieme, senza nemmeno essersi presentati prima

Socializzare un po’

Negli anni delle elementari e delle medie non è che sia andata molto meglio. Mia madre a un certo punto mi propose pure di prendere un cane per farmi socializzare un po’, almeno con un animale, ma a me i cani non sono mai piaciuti e le dissi di no. Poi però, come dicevo, quando mi sono iscritto alle superiori e la Gazzetta ha cominciato a pubblicare i voti del fantacalcio, ho partecipato alle mie prime aste e ho scoperto che, tutto sommato, parlare con altra gente di cose che non esistono, tipo le fantasquadre o i fantallenatori o anche i personaggi dei film o i supereroi dei fumetti, può essere una buona maniera, per quello che riguarda me, di prendere confidenza con la socialità senza esagerare.