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Correre la RomaOstia

Un foglietto

Mi ricordo che la prima volta che ho corso la RomaOstia in vita mia Massimiliano, per quella gara, mi aveva preparato un foglietto con i tempi al chilometro che avrei dovuto mantenere (lo fa sempre ma io all’epoca non lo sapevo), e io, quel foglietto, siccome avevo paura di perderlo, me l’ero attaccato al braccio con lo scotch. Solo che poi l’ho perso comunque, al sedicesimo chilometro, per colpa del sudore che ha staccato tutto lo scotch dall’avambraccio.

Gli ultimi 5 chilometri della RomaOstia

Ho passato gli ultimi 5 chilometri della RomaOstia a cercare di ricordarmi come avrei dovuto correre gli ultimi 5 chilometri della RomaOstia. Senza foglietto mi sentivo perso, mi sembrava di non sapere più dove fossi e cosa dovessi fare, ma poi mi è venuto in soccorso un passaggio di un libro di Sylvain Coher che si intitola Vincere a Roma e che racconta l’impresa del solito Abebe Bikila alle Olimpiadi di Roma e in cui a un certo punto Coher scrive, proprio a proposito della Cristoforo Colombo, dove stavo correndo io in quel momento senza il mio foglietto sul braccio: «La Colombo è una strada senza fine che non rivela mai nulla, correre diventa una sorta di facoltà automatica che l’atleta è in grado di ripetere per un tempo impossibile da calcolare. Soltanto questo ci dà la forza della disperazione: più che brillare cerchiamo di durare; cerchiamo un secondo respiro e poi un terzo nel silenzio di un mondo raffreddato dall’innocuità della strada, dal tedio dei suoi margini. Perché ogni maratoneta batte la distanza, o almeno così dicono».

La forza della disperazione

E correndo gli ultimi 5 chilometri della RomaOstia su quella strada tutta dritta, sempre uguale, che sembra voler salire quando dovrebbe scendere e che non vuole mai arrivare alla fine anche quando ti aspetti di vedere il mare, pensavo solo alla forza della disperazione, perché le altre caratteristiche di un podista vero non le ho e non le avrò mai, ma coltivare la forza della disperazione mi sembra una faccenda a cui posso aspirare anch’io.

(Tratto da A. Rossetti – M. Girardi, Essere un runner in qualche modo, Città Nuova, pp. 138-139)