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La maratona di Roma

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La maratona di Roma

La maratona di Roma passa in un sacco di posti bellissimi della mia città e in un sacco di posti che sono meno belli però, tra le tante possibilità, mai mi sarei aspettato che passasse su viale Marconi.

Viale Marconi

Viale Marconi è il centro dei miei spostamenti da anni: ci è andata mia figlia alle elementari, in una scuola su viale Marconi, c’è lo studio del mio dentista su viale Marconi, ci abitava Valentina prima che ci sposassimo e ci sono anche un paio di locali dove vado spesso a vedere le partite della Roma. Senza dimenticare la libreria, la farmacia in cui compro gli integratori e lo studio del mio fisioterapista: stanno tutti su viale Marconi.

Certe volte

Certe volte penso che dovrei andarci a vivere su viale Marconi. E quando ci sono finito a correre la maratona ho pensato: «Ma possibile che qualunque cosa faccia nella mia vita, mi ritrovo sempre su viale Marconi?».

Poi

Poi mi sono distratto da viale Marconi e ho cominciato a pensare: «Certo, quanto sono bravo che sto qui, dopo essermi infortunato, a correre una maratona come se niente fosse» e mentre ragionavo con soddisfazione su me stesso e sulla mia bravura, mi si è messo di fianco Massimo, un runner di un’altra squadra che conosco da un po’. Mi ha salutato e io gli ho raccontato del mio azzardo di partecipare alla maratona subito dopo essere stato fermo per un infortunio. Allora mi ha detto: «Pure io sono due settimane che non corro, non preoccuparti, l’importante è arrivare al venticinquesimo chilometro, ché se ti fai male al venticinquesimo chilometro ti riportano indietro con la macchina, mentre invece se ti fai male lontano dal venticinquesimo sono dolori perché poi ti tocca camminare fino alla fine».

Questa notizia

Questa notizia del venticinquesimo chilometro, lo confesso, mi ha un po’ scombussolato, perché non l’avevo considerata l’ipotesi che ci fosse un momento conveniente per farsi male. E non avevo considerato nemmeno l’ipotesi di non essere l’unico, tra le migliaia di persone che c’erano lì, ad aver cominciato la maratona con una preparazione inadeguata e qualche doloretto.

In quel momento

In quel momento mi sono sentito parte di un corpo, di una specie di comunità di maratoneti, a volte impreparati e con qualche acciacco di troppo, con cui stavo condividendo la mia aspirazione a perfezionare me stesso attraverso il lavoro quotidiano. E questa esperienza credo abbia dato una dimensione più giusta, più esatta, più reale, alle mie aspirazioni. Io, del desiderio (come anche della sensazione, certe volte) di sentirmi migliore di quello che sono in realtà, ne ho bisogno. Ma ho bisogno anche di qualcuno che, quando sono in questo stato di estasi, mi riporti coi piedi per terra.

Comunque sia

Comunque sia, a un certo punto della gara mi sono ritrovato di fianco a Villa Glori, un parco di Roma dove ogni tanto vado ad allenarmi, e lì è successa una cosa che sapevo fin dall’inizio della gara che sarebbe successa, ma che speravo comunque di poter evitare: ho cominciato a non farcela più. Sapevo fin dalla partenza che quelle due settimane senza correre si sarebbero fatte sentire, però, dentro di me, in fondo in fondo, ero convinto che questi miei limiti, quello della mia preparazione incompleta e della mia condizione fisica imperfetta, sarei riuscito ad aggirarli chiudendo gli occhi e facendo finta di niente. Non è stato così.

Sono riuscito a mentire a me stesso

Sono riuscito a mentire a me stesso ma con la maratona non ha funzionato, non c’è cascata. La maratona dei miei limiti se n’è accorta quasi subito, credo, e li ha tirati fuori a Villa Glori, e me li ha caricati sulle spalle fino a via dei Fori Imperiali, fino a quando non ho tagliato il traguardo. Ci sono arrivato malissimo alla fine della maratona di Roma, che non avevo più la forza di fare un passo, ed è stato bellissimo lo stesso.

(Tratto da Alberto Rossetti – Matteo Girardi, Essere un runner in qualche modo, 2024, pp. 81-82)