Quando ero adolescente c’era un mio amico che mi spiegava per bene la musica contemporanea degli anni Novanta perché io, pure essendo contemporaneo agli anni Novanta, non la conoscevo per niente la musica di quel periodo. Negli anni Novanta ascoltavo soprattutto i dischi di Antonello Venditti, che era contemporaneo agli anni Novanta nel senso che in quel periodo era vivo (è vivo pure adesso, sono andato a sentirlo a un concerto che non saranno passati nemmeno tre anni), ma non era contemporaneo agli anni Novanta nel senso musicale della mia generazione. Però all’epoca non lo sapevo che ascoltare Venditti significasse ascoltare musica poco contemporanea alla mia generazione, l’ho capito col tempo e ho cercato di adeguarmi.
Ho cominciato per esempio ad ascoltare un sacco di gruppi musicali più contemporanei, alcuni che mi piacevano molto, come i Nirvana, altri che mi piacevano meno, tipo i Cramberries. Non che abbia niente contro in Cramberriers, solo mi piacevano meno. Mentre i Nirvana mi piacevano di più. Mi piacevano anche quei maglioncini che si metteva Kurt Cobain, coi bottoni sul davanti sempre aperti, perché io pure portavo dei maglioncini così, e scoprire che almeno quelli erano contemporanei agli anni Novanta mi faceva sentire che stavo migliorando.
Oltre ai Nirvana ascoltavo anche tutti gli altri gruppi grunge di Seattle, anche se certe volte facevo qualche difficoltà coi loro testi che, per quello che potevo capire allora, erano abbastanza pieni di problemi esistenziali. E non è che io abbia niente contro i problemi esistenziali, ci mancherebbe, solo non li capisco molto. Però nel corso degli anni Novanta ho finto di capirli, per sembrare più contemporaneo.
Per sembrare più contemporaneo alla mia generazione ho finto che mi piacessero un sacco di cose che non mi piacevano tipo il karaoke, le Dr. Martens e i libri di Calvino. In realtà non è che me le sia proprio fatte piacere queste cose (i libri di Calvino c’ho provato sul serio e qualcuno ci sono anche riuscito a farmelo piacere), però non le ho mai contestate pubblicamente. Perché sono un po’ pusillanime. E anche un po’ pigro. Soprattutto pigro. Ma non solo. C’è dell’altro.
Perché se ancora oggi che sono trent’anni che ho superato l’adolescenza continuo a non contestare pubblicamente le cose che non mi piacciono della contemporaneità, come per esempio i video con la gente che ti dice quello che devi mangiare per stare bene e rimanere in forma, è perché, nonostante pure io vorrei stare bene e rimanere in forma, come tutti, a me però piacerebbe poterlo fare in silenzio, senza che nessuno mi rompa i coglioni.
E questo nonostante mi sia reso conto, col tempo e la meticolosa osservazione del mondo circostante, che rompere i coglioni al prossimo per dirgli come deve campare sia una pratica molto contemporanea, molto in linea coi tempi che corrono. Ma tanto io, contemporaneo non lo sono mai stato, a niente. Tanto vale, a questo punto, rimanere coerente con me stesso.

