Io un cane non l’ho mai voluto. L’ho deciso da bambino che non l’avrei mai voluto. L’ho deciso quando andavo in vacanza da mia zia che di cani ne aveva due e gli faceva fare i porci comodi loro dalla mattina alla sera. E a me, che sono sempre stato uno che si innervosisce spesso, anche da bambino, mi mandavano ai matti quei cani di mia zia, perché erano liberi di fare quello che volevano loro mentre io potevo fare solo quello che diceva lei.
Era un po’ una dittatrice mia zia, ma solo con me e con mio fratello, coi cani no. I suoi cani salivano sui letti e sulle poltrone e qualche volta anche sul tavolo della cucina, e infilavano i musi nei piatti, e quando lo facevano lei rideva e godeva e non li rimproverava mai.
Erano anarchici e prepotenti. Cacavano ovunque, e a me toccava raccogliere. Mia zia mi dava la paletta e dovevo raccogliere le cacche dei cani. Uscivano in giardino, entravano in casa, dormivano a piacimento, mangiavano a qualsiasi ora. Erano grassi e arroganti. Di quell’arroganza che deriva dal sapere di poter vessare chiunque senza che nessuno te lo possa impedire.
Il cane più grosso si chiamava Bydlo, come quel quadro di Hartmann, quello con l’enorme bue che si trascina il carretto, quello che è finito dentro i Quadri di un’esposizione di Musorgskij. Bydlo era un pastore maremmano con gli occhi da menefreghista, e se decideva di dormire nel mio letto non potevo farci niente perché quello era il suo desiderio e io non avevo nessuno strumento per ostacolarlo.
E durante quelle notti passate a respirare pelo di cane pensavo che un cane non l’avrei mai voluto per tutta la vita. Sono stato l’unico bambino che ho conosciuto a non volere un cane e a fare voto di non volerne mai uno. Fino a quando non è arrivata mia figlia, che a tre anni ha cominciato a chiedere un cane.
E l’ha chiesto ogni giorno per undici anni di fila, con quella tecnica che hanno i bambini, di chiedere allo sfinimento finché non ottengono quello che vogliono o, in alternativa, non ti mandano da un analista. E allora ho preso un cane. Mi sembrava più economico rispetto all’analista. Ma ho sbagliato.
Perché ora vivo con un cane che decide tutto lui della mia vita. E la cosa peggiore è che ci parlo. Parlo col cane.
La settimana scorsa sono andato a pranzo da mio fratello con questo cane, e a un certo punto mio fratello mi ha visto che ci parlavo e mi ha detto: Ma che fai parli col cane? E io gli ho risposto: Sì, ci sono certi giorni che parlo solo ed esclusivamente col cane. E perché? Mi ha chiesto mio fratello, che pure lui si ricordava delle vessazioni dell’infanzia subite dai cani di mia zia, Perché non ho i soldi per un analista – gli ho risposto –, e allora parlo col cane.

